Intervista con Davide Amante, l’autore del bestseller Punto di fuga Wallenberg

Intervistiamo Davide Amante, autore del romanzo Punto di fuga Wallenberg.

Il romanzo si basa su una storia vera e, come alcuni lo hanno definito, racconta una delle più belle e intense storie d’amore del Novecento.
Pubblicato nel marzo del 2014, il romanzo di Davide Amante ha avuto immediato successo grazie al passaparola dei lettori entusiasti, portando l’editore a ristampare la seconda edizione in poche settimane. L’argomento del romanzo, la storia avvincente e lo stile dell’autore hanno fatto di Punto di fuga Wallenberg un autentico caso editoriale.

Parlaci un po’ di te, raccontaci del tuo percorso personale e di come sei entrato in contatto con la scrittura.
Credo che la vita richieda a un uomo e a una donna di essere all’altezza. E io ho sempre avuto un rapporto passionale, oserei dire violento, con la vita. Quel tipo di rapporto, per intenderci, che da bambini ci porta a tornare a casa al tramonto completamente stanchi ed esauriti fisicamente e mentalmente, così vivi da sentire ogni cosa e ogni odore e ogni rumore attraverso la stanchezza e provare quell’intensità assoluta che fa sentire il vuoto delle cose ma anche rende illimitati gli orizzonti di una cameretta e di un letto. Il percorso personale di uno scrittore, come tu mi chiedi, si può misurare attraverso l’intensità delle albe e dei tramonti che egli vive, la passione che lo conduce fino alla stanchezza, la malinconia che lo spinge ancora più avanti. Nel mio caso mi sono spinto fino in fondo all’amore e fino in fondo al dolore, ho cercato la vita dappertutto e ho trovato il vuoto dappertutto, ho viaggiato nei deserti d’Africa e ho navigato a vela in solitario, ho provato la stanchezza della strada e guardato l’alba dai tetti delle città. Il mio percorso personale è una specie di desiderio continuo di vivere, sempre più intenso e sempre più consapevole del vuoto intorno.
Per quanto riguarda lo scrivere, questa è una cosa che c’è sempre stata. Scrivere non è altro che quella stessa indispensabile malinconia per la vita. E’ una cosa che è iniziata molto presto, durante i giochi da bambino e che non si è mai fermata. Certo c’è stato molto studio e molti libri, ma tutto questo a un certo punto rimane dietro di sé, non è più sufficiente. Uno scrittore scrive allo stesso modo in cui vive. Del resto come già diceva l’autore del Piccolo Principe, non bisogna tanto imparare a scrivere ma a vedere. Questo aspetto è fondamentale per uno scrittore e non c’è altro che vivere per imparare a vedere. Occorre sempre guardare alle albe e ai tramonti di uno scrittore per capire se valga la pena leggerlo, altrimenti si tratta solo di entertainment, di un letterato o di un mestierante, cose poco interessanti.

Punto di fuga Wallenberg, il titolo parla da sé ma vorremmo capire meglio cosa intendi con l’espressione ‘punto di fuga’, ciò per svegliare la curiosità di coloro che non hanno avuto ancora il piacere di leggerti.
Il punto di fuga è esattamente il momento in cui un uomo arriva al limite fra la propria malinconia e il desiderio di vivere. Raggiunto questo limite un uomo resta solo con se stesso e ogni cosa accelera e la vita diventa di un’intensità assoluta. Sono pochi gli uomini che possono arrivare fino a questo. Credo che Raoul Wallenberg, il protagonista del mio romanzo, ne sia stato capace ed abbia aperto una strada nuova attraverso il suo anticonformismo, la sua fantasia e soprattutto con il suo amore, in un’epoca in cui era molto difficile esprimerlo. Sono rimasto subito attratto da Wallenberg. Ho letto di lui per la prima volta in treno, in una lettera di commemorazione che l’Ambasciatore di Svezia aveva fatto pubblicare su un quotidiano. Mi attrasse quello che aveva fatto e la sua strana sparizione, da quel momento cominciai a indagare e scrissi il libro.

Nel libro parli di un uomo libero che grazie alla sua determinazione e alla sua intelligenza riesce a salvare migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale e tutto ciò spinto dall’amore per una ragazza ebrea di nome Mira. Potresti spiegarci in cosa la libertà morale e l’amore dal tuo punto di vista sono l’arma più forte contro l’oppressione e l’ingiustizia?
Questa è una domanda interessante. Durante la Seconda guerra mondiale ci sono i fatti storici a insegnarci che cosa fossero il conformismo e l’omologazione di pensiero, quanto essi possano condurre al lato peggiore dell’essere umano, quanta brutalità possano generare. Oggi, naturalmente, non v’è nulla di nuovo sotto il sole. Il conformismo e la mediocrità si esprimono in molti modi diversi, nel benessere di certe società così come nel malessere di altre. La cosa più difficile che si possa fare nella vita è di essere liberi e amare, e molti, moltissimi uomini devono ancora capire che abbattere le barriere delle civiltà e dei pensieri è la condizione indispensabile per poter essere liberi e amare. E’ una strada difficile, che richiede molto coraggio. Ma è lungo questa strada che si scopre il rispetto per ciò che è diverso e quella capacità così fondamentale per l’uomo che è lo stupore per la vita.
Raoul Wallenberg a mio avviso fu un uomo intelligente e determinato. Ma sono convinto che il grilletto che fece scattare le sue azioni fu l’amore per una donna. Egli fu capace di stupirsi ed ebbe il coraggio di amare, e questo gli permise di salvare migliaia di vite preziose, permettendo la continuità della vita.

Quale messaggio sottinteso possiamo trasmettere ai nostri lettori, quale problematica molto moderna questo romanzo ambientato nel secolo precedente mette in rilievo?
La modernità di Punto di fuga Wallenberg è nell’anticonformismo e nella libertà di pensiero. Parole così apparentemente semplici e invece così intense e difficili, perché richiedono coraggio e amore. Un uomo libero che è riuscito a sottomettere la mediocrità e la brutalità grazie alla sua fiducia nella vita.

Nella tua dedica parli di una musa ispiratrice, oggi giorno gli artisti non parlano più così tanto delle muse, per te e’ un tema attuale? Pensi davvero che la relazione artista-musa sia un’indispensabile combinazione per il successo di un opera?
Questo è il tema più attuale che esista. L’intero romanzo Punto di fuga Wallenberg è ispirato da una musa, ed è solo l’inizio. La mia ipotesi storica è che, anche per Raoul Wallenberg, la vita fosse ispirata da una musa. In effetti le sue azioni hanno qualcosa di artistico e ispirato. Molti testimoni riportano questa capacità che egli ebbe di ammansire anche i peggiori ufficiali nazisti, certamente con il savoir-faire del proprio rango ma, a mio avviso, altrettanto con una fiducia in qualcosa di superiore che affascinava completamente uomini omologati e mediocri. L’amore per Mira era superiore a tutto.
Sono convinto che la relazione artista-musa sia indispensabile per uno scrittore. Possono esserci molte muse, lievi e temporanee ma può anche capitare di incontrare una sola musa, intensa e senza tempo. Io l’ho incontrata e nella sua fragilità ho riconosciuto la magìa delle cose, nella sua bellezza il coraggio di amare.

Il tema degli ebrei sotto il nazismo e’ un tema molto caldo, come hai fatto per raccogliere informazioni e costruire tutta la vicenda, che materiale ti ha aiutato a documentarti e a fedelmente riportarci le vicende storiche insieme all’appassionante vicenda amorosa?
La lettera dell’Ambasciatore di Svezia mi ha appassionato, sebbene non contenesse alcunché di particolare se non informazioni storiche. Da quel momento mi sono documentato in modo approfondito sulla vita di Raoul Wallenberg, ho consultato documenti del Ministero degli Esteri di Svezia, documenti ungheresi, russi e americani. Più andavo avanti più scoprivo fatti sorprendenti sulla vita di Wallenberg. La testimonianza scritta di molti ebrei che Wallenberg ha salvato dalla deportazione è stata determinante. Mi sono documentato per diversi mesi e ho scoperto informazioni e fatti inaspettati, che hanno aperto alla mia ipotesi storica e hanno condotto al romanzo.
Certo, sono state scritte altre cose su Raoul Wallenberg, ma per lo più biografie storiche o libri poco consistenti. Questo è un uomo che ha salvato più ebrei di Schindler o Perlasca e che lo ha fatto in maniera più coraggiosa ed estrema. Lo spazio che gli è stato dato fino ad oggi a mio avviso non è sufficiente. E ritengo che questo sia dovuto a ragioni di segretezza giustificabili in passato ma ormai abbastanza lontane nel tempo da poter essere finalmente chiarite.

Ci puoi raccontare un po’ del futuro della tua scrittura, che libri hai in corso? che tipologia e se puoi raccontaci un po’ della storia?
Sto scrivendo il mio terzo romanzo, Saudade.
Saudade è un’espressione di origine portoghese che non ha traduzione esatta in italiano e che unisce una sorta di malinconia per il presente e desiderio di spingersi verso un orizzonte indefinito. La Saudade non è tristezza o scontento ma qualcosa di fortemente vitale e attivo, che contiene la spinta dei sogni e il desiderio concreto verso qualcosa. E’, in un certo modo, quello stato d’animo di cui accennavo riferendomi alla stanchezza che si prova da bambini dopo una giornata intensa e piena. Si tratta di un romanzo scritto in prima persona, diretto.

‘Le mot de la fin’, quale sarebbe il consiglio che potresti dare ai futuri giovani scrittori che vogliono seguire la tua strada verso il successo?
Andare sempre fino in fondo alle cose, senza compromessi. E divertirsi a vedere che cosa accade.

Su gentile concessione della Redazione di Marina&Lifestyle Magazine